Seconda stagione della serie con al centro Dwight Manfredi, mafioso leale che si fa 25 anni di galera e per “ricompenza” viene spedito dai capi e sodali newyorkesi a Tulsa in Oklaoma, località che non ha mai sentito parlare di crimine organizzato prima del suo arrivo. Troverà modo di organizzarsi e rendere la sua presenza in loco sufficientemente avventurosa, piacevole e redditizia. Non senza provocare problemi con la casa madre ed altri trafficanti delle aree circostanti, a causa dei suoi successi, per così dire, imprenditoriali.
Non si può parlare di Tulsa King, senza aprire una necessaria digressione sul suo autore, Taylor Sheridan, lo sceneggiatore statunitense autore di molti dei grandi successi dello streaming mondiale, vedi la saga di Yellowstone, con i prequel, 1883, e 1923 ma anche Landman, Lioness. Mayor of Kingstown, per citare i più riusciti. In buona sostanza, tutto quello che tocca Sheridan si trasforma in oro, ossia in prodotti di grande appeal e risonanza. Le sue storie, però, fanno storcere il naso a molti: non possono infatti definirsi propriamente politicamente corrette. Al centro c’è in genere un bianco alfa, wasp o similare, capo carismatico di una enclave, incline alla violenza, forte, generoso, anti- sistema, vagamente trumpiano, dunque.
Tornando alla serie, va dato atto che la sua riuscita è nel binomio Sheridan, autore e Sylvester Stallone, attore e produttore esecutivo. Confesso di non essere mai stato un grande estimatore di Rambo e suoi succedanei, ma, nell’occasione, Stallone del ruolo di Dwight Manfredi è, come non mai, nel personaggio e rende la serie particolarmente calzante, avvincente sempre, comunque, sul filo dell’ironia. Lui è davvero il re di Tulsa, e ne diventa il catalizzatore di tutte le attività lecite e illecite del luogo coinvolgendo nella storia ottimi comprimari (soci fidanzate ed ex mogli) in molteplici storie che nella seconda stagione ancor meglio si delineano. L’idea di partenza, occorre dirlo, non è nuova del tutto. Nel 2010, la serie USA-Norvegia, Lilyhammer, con un grande Steven Van Zand nel ruolo di un pentito di Cosa Nostra finito in Norvegia, nella città dei giochi olimpici, per sfuggire a ex complici ne anticipava lo schema: personaggio losco, ignorantello e disinvolto alle prese con un popolo estremamente ligio alle regole. Per associazione di idee era un po’ come si comportava il nostro Checco Zallone in, Quo Vado. A Tulsa, mutatis mutandis, il buon Manfredi fa lo stesso: trasforma una piccola, operosa cittadina, con piccoli vizi (la marijuana) in un centro dedito ad ogni fruttuosa attività illecita. Carismatico, ingombrante, sornione, persino seduttivo e simpatico, Stallone fornisce la sua migliore interpretazione di sempre e fa di, Tulsa King una delle migliori serie tv del periodo.
data di pubblicazione:14/03/2025
0 commenti