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MOBY DICK ALLA PROVA di Orson Welles, regia di Elio De Capitani

(Foto di Marcella Foccardi)

con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa e Mario Arcari

(Teatro Vascello – Roma, 11/16 marzo 2025)

«Chiamatemi Ishmael». Inizia citando l’incipit del romanzo di Melville lo spettacolo di Elio De Capitani, Moby Dick alla prova – dal riuscito adattamento in versi sciolti che ne fece Orson Welles settanta anni fa per il Duke of York’s Theatre di Londra – in scena dal 2022 nella produzione curata dal Teatro Elfo Puccini di Milano insieme al Teatro Stabile di Torino per la nuova traduzione, capolavoro drammaturgico, della poetessa Cristina Viti.

È uno spettacolo definito dal regista ‘totale’ quello che Elio De Capitani, legato dagli anni Settanta al teatro dell’Elfo di Milano, sta portando in tournée sui palcoscenici italiani per la quarta stagione. Un lavoro magnifico curato in ogni aspetto: dalla musica alla scena, dal testo alla performance degli attori. In questa lettura il teatro viene prima di tutto. Come spazio di aggregazione e luogo di e non solo per la poesia. Luogo della metafora, dove prendono corpo immaginifiche visioni accanto a tremendi incubi. Dove si celebra il rito della rappresentazione della sacralità dell’umano e dell’insondabile della sua coscienza. L’inafferrabile Moby Dick è un’idea della mente che diventa ossessione, come lo spettro del padre di Amleto.

L’idea che sostiene la trama compie marinarescamente un nodo a bandiera tra il Re Lear, che gli attori di una compagnia portano in scena ogni sera, e le prove di un nuovo spettacolo condotte al pomeriggio nel teatro vuoto, Moby Dick. Una prova, appunto. Un tentativo di cui non si è certi della riuscita. Sono capolavori epici, Lear e Moby Dick, entrambi a un primo momento considerati irrappresentabili. Ma Welles riuscirà nell’impresa, trionfando con uno spettacolo che fa leva su una parola potente, evocativa, capace di trascinare il pubblico tra marosi e imprese mortali. E ci riesce De Capitani, che da copione ricopre i ruoli che ritagliò per sé il regista di Quarto Potere del re scespiriano, dell’impresario della compagnia, di padre Mapple e del leggendario capitano Achab.

La scena è essenziale, usa attrezzi comuni che si trovano in teatro (tavoli, un grande telo tirato sul fondale e alte scale a pioli) per simulare le imbarcazioni da caccia, gli alberi della nave, le vele e gli abissi marini. Il teatro diventa meraviglia quando si crede al gioco della finzione. Sopperiscono alla povertà dei mezzi le indicazioni del “direttore di scena” (Cristina Crippa) che alla maniera del teatro epico (in senso brechtiano) elenca i luoghi dell’azione. Lo spettatore è così stretto nella morsa del racconto, nelle due e più ore in cui si svolgono i due atti, in un viaggio che parte dal pontile di Nantucket per passare nella cappella dove si fa memoria dei marinai morti in mare (oscuro presagio per la nuova ciurma in procinto di salpare), per poi salire sulla baleniera Pequod e passeggiare tra il ponte della nave e la cabina del capitano fino a giungere all’incontro con il mostruoso Leviatano che, sì, appare in scena. I colori sono quelli del mare in tempesta, delle sconfinate, brumose e gelide acque oceaniche. Un grigio malinconico che si attacca ai costumi (meravigliosi) di Ferdinando Bruni come la salsedine rimane addosso alla pelle nella navigazione.

Anche la musica e le luci sono protagoniste. Mario Arcari ha composto e suonato dal vivo una colonna sonora suggestiva quanto le parole, in cui si evoca al sassofono la sirena della nave che lascia il porto, le onde che si infrangono sullo scafo, la tempesta che lo percuote a colpi di grancassa mentre nell’aria risuonano minacciosi tuoni che prendono voce da un gong. E poi i canti marinareschi (diretti da Francesca Breschi) che dànno ritmo alla navigazione e alla vicenda. Una partitura complessa e costante, che si affianca a quella delle luci di Michele Ceglia. Un altro ricco repertorio fatto di bagliori improvvisi e ombre. Perché se nella musica sono importanti i silenzi, nel teatro è importante il buio. È la sospensione necessaria affinché la mente possa figurarsi i suoi mostri, le sue visioni. Il riverbero delle superfici fredde e metalliche degli oggetti di scena gli fanno contrappunto. Insieme ai tagli di luce, compatta e concentrata sui corpi, a gettare fiamme sulle anime tormentate. L’immensità del mare simulata dalle silhouette delle figure in controluce. Con questo contrasto De Capitani dipinge così bene la morte da farcene sentire con persistenza l’olezzo soffocante.

Ma su tutto è straordinaria la compagnia di attori. Anime possedute da una cieca e ostinata volontà a cui fa capo Achab, che comanda obbedienza nella sfida all’impossibile. Trascina tutti nel suo folle volo verso la cattura del Leviatano. Anche il pubblico. Lo spettatore si immedesima con Ishmael e il suo desiderio di imbarcarsi per vedere il mondo. E non c’è posto migliore dove affacciarsi per vederlo se non dalla platea.

Il sipario, chiamato dal capocomico, si chiude su un sogno che si sarebbe voluto interminabile e invece è durato il tempo di un giro di clessidra.

data di pubblicazione:22/03/2025


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