da Daniele Poto | Apr 17, 2019
Il giornalismo d’inchiesta è nelle corde del giornalista di Repubblica che, partito dalla Sicilia, ha raggiunto Roma per assistere allo scempio capitale. Dunque è quasi un ritorno a casa il focus professionale ma anche personale (è una storia anche di pedinamenti e di spionaggio) che circoscrive la parabola di Calogero Antonio Montante, mito dell’antimafia dell’isola, oscurato da una serie di reati che più che all’antimafia lo collocano in piena attività di servizio per la mafia. La finzione del politicamente corretto si riverbera in questa carriera all’ombra dei poteri forti, del riconoscimento pubblico di un padrinato illegale e/o criminale. Si documenta una storia molto siciliana, fatta di intrichi, di consorterie, di protezioni, all’ombra di uno Stato che fa della tua reputazione (falsa) un simbolo. Il reticolo era così stretto che Montante poteva vantarsi di tenere in pugno l’allora Governatore dell’isola Crocetta, detenendo un filmato sulle prodezze sessuali del politico, una bandiera anch’essa presto ammainata. La Sicilia è anche questo: contraddizioni, schizofrenia, ricatti nell’anomalia generale di usi e costumi regionali, Assemblea Regionale compresa, con i suoi privilegi e i suoi bizantinismi. Bolzoni documenta il tradimento di Montante nell’indifferenza del potere romano e di altri simboli dell’antimafia, pronti a solidarizzare con lui nel momento cruciale dell’invio dei primi avvisi di garanzia. Un potere pronto a inabissarsi pur di conservare un minimo di credibilità. La verità è che a fronte di migliaia di volontari in assoluta buonafede c’è chi ha costruito carriere, vendendo slogan e retorica, annacquando la motivazione originaria del contrasto alle mafie, scaldando poltrone, scalando incarichi e prebende, guadagnando riconoscimenti pubblici, premi compresi. Dilettanti impudicamente sovrastati dai professionisti della protesta a pagamento. Montante era la suprema copertura di un sistema marcio e corrotto. Dunque la Sicilia è la metafora del sistema-Paese e di schizofrenie non superate, nonostante un reticolo legislativo che sembrerebbe a prova di corruzione, illustrando il consueto divario tra teoria e pratica. Nella ricostruzione dell’escalation di Montante c’è un vistoso pezzo di storia d’Italia.
data di pubblicazione:16/04/2019
da Daniele Poto | Apr 15, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 4/18 aprile 2019)
Un mito che ritorna. Condensazione di stereotipi funzionali alla descrizione del personaggio: lotta al razzismo, rifiuto della guerra, egocentrismo. Un’ora per ricostruire chi odia l’originario nome di Cassius Clay.
Cui prodest la riesumazione del mito? Non si può dire che galleggi nella più pretta attualità il medaglione su Muhammad Alì, prodotto dall’Ente Teatro Cronaca e Vesuvio Teatro. Un’ora smilza che è piaciuta alla spettatrice, anch’essa napoletana, Iaia Forte. Vorrebbe essere spettacolo di pancia, di un corpo esibito (prima in tenuta sportiva, poi in elegante nero, quindi di nuovo a nudo) perché l’attore protagonista one man show ovviamente si smarca dal personaggio, bianco anziché nero, medio anziché massimo, con trenta chili in meno almeno sulla bilancia rispetto al protagonista. Però le luci soffuse minimizzano la differenza e la bravura indiscutibile dell’attore, che spesso interpella il pubblico cavandone apprezzabili risultati, fa il resto. Per uno spettacolo così essenziale la scenografia non risparmia sugli oggetti, quelli cari al pugile in una sorta di testamento spirituale che vola verso il cielo e che ricorda soprattutto il senso di esclusione dei “black” all’altezza cronologico del boom di Cassius Clay, la vittoria olimpica ai Giochi di Roma 1960, appena diciottenne. Il mito del più grande si ricolora con una grande autostima e un’indomita volontà di affermazione. Tanto da ergersi a una sorta di riconsacrazione del pugilato tout court, al di là degli specifici meriti del suo principale protagonista. Di Leva è circondato da una serie di assistenti che servono come portaoggetti e suggeritori, un po’ come nel teatro storico che fu, stampelle di un monologo filante. I pugni di Alì come la metafora del riscatto dell’umanità rispetto a una vita immaginata perdente. Lo spettacolo parla a chi non s’intende di box con il linguaggio della vita di tutti i giorni e senza alcuna pretesa didattica, semmai riassuntiva, ma non liquidatoria. Come se il dossier Alì fosse ancora aperto.
data di pubblicazione:15/04/2019
Il nostro voto:
da Daniele Poto | Apr 8, 2019
(Teatro delle Muse – Roma, 28 marzo/14 aprile 2019)
High class e proletariato. Favola alla Pretty woman per cuori stagionati in un interno. L’intellettuale spiantato cade preda sentimentale di una colf frizzante…
La vis comica di Luciana Frazzetto, di casa in uno dei suoi abituali teatri, contamina Franco Oppini, forse alla più convincente prova di attore solista dopo l’ormai lontana uscita dai Gatti di Vicolo Miracoli. Due tempi per passare dal severo distacco emozionale tra padrone e colf, alla piena corresponsione dei sensi in una pochade che trasmette allegria e ingenuità ricorrendo a una comicità di grana grossa ma ben funzionale alla leggerezza del plot. Trattasi di prova anche fisica per la Frazzetto che ha vari ed adeguati toni di recitazione per far precipitare la commedia verso l’inevitabile conclusione. C’è un terzo trascurabile ago della bilancia nei panni del fratello del protagonista (Antonio Tallura), apparentemente insospettabile e irreprensibile uomo d’affari che cerca di riportare alla realtà il fratello perennemente in bolletta. Un fortuito scambio di valigie alla Feydeau rivelerà al contrario la sua natura di uomo sessualmente trasgressivo. Si gioca sul contrasto dell’italiano politicamente scorretto della Frazzetto con la presunta superiorità culturale del padrone di casa. Ma anche sui gusti diversi, sull’amore frustrato dello scrittore rifiutato dagli editori verso una repulsiva donna snob che compare solo al telefono, sul solipsismo di un affetto inizialmente rivolto verso il pesciolino Pierfrancesco, ignaro testimone della vicenda. Come nelle belle favole è la colf che riporta alla vita reale le illusioni del protagonista, riscattando lei stessa un passato di carcerazione per aver ucciso il marito. E il letto è solo il punto terminale di un affetto che matura svolta dopo svolta. Come un irresistibile sottofondo destinato a sbocciare nel lieto fine, nonostante le differenze di classe. Si gioca anche sul dialetto, tra lo scalcinato romanesco della Frazzetto e il compassato gergo lombardo di Oppini.
data di pubblicazione:08/04/2019
Il nostro voto:
da Daniele Poto | Apr 1, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 17/31 marzo 2019 e poi in tournée)
Un attore per sei personaggi e altrettanti voci. Saga malavitosa tra Roma e la Calabria con one man show e consacrazione della versatilità di un regista-sceneggiatore.
Chi conosceva Massimiliano Bruno come fecondo quanto corrivo illustratore di realtà last minute nel cinema deve aggiungere al giudizio sul personaggio la performance d’attore in uno spettacolo collaudato e non più inedito ma ancora profondamente efficace. Nella bomboniera del teatro romano, piena come non mai, alla fine standing ovation e applausi in piedi di un pubblico molto amichevole ma che giustifica la reazione per la sua bravura in uno spettacolo che ricorda in fondo in fondo anche la stand up comedy per il continuo andare e venire dietro le quinte del solista, accompagnato da un’orchestra di quattro elementi che occasionalmente, gli fornisce i piccoli arnesi di scena, compresa una borsetta. Si, perché nel mazzo dei personaggi, in maggioranza di estrazione calabrese, c’è anche Margherita, una donna. Bruno tiene in pugno la situazione con grande padronanza, anche nel raccontare quella che è storia di strage e di vendetta, faida di ‘ndrangheta, con caldi e passionali umori del sud tradotti in palcoscenico. L’Italia è piena di imitatori di voce: una storia che da Fregoli vira su Noschese, Sabani, Franco Rosi fino all’attuale Virginia Raffaele ma Bruno è qualcosa di più perché deve anche badare alla mimesi. E si può immaginare come non sia facile passare in pochi secondi a riassumere vite diverse ma nell’occasione accomunate dall’esigenza di una vendetta. La morte è solo evocata con suggestioni potenti e crudeli. Le continue diversioni e l’uso prolungato del dialetto producono effetti comici più che drammatici anche se il finale è in grigio scuro. Intrattenimento di qualità e non privo d’impegno per uno spaccato realistico sulla disastrata Italia oggi, soprattutto quella del profondo sud. Sangue evocato ma ferite reali della società cosiddetta civile.
data di pubblicazione:01/04/2019
Il nostro voto:
da Daniele Poto | Mar 31, 2019
(Teatro delle Scuderie di Palazzo Farnese a Caprarola, 7 gennaio/31 marzo 2019)
Una commedia malavitosa in salsa agreste. Tra dialetto romanesco e caprolatto (il dialetto di Caprarola) in un’ambientazione suggestiva e raccolta.
Tre mesi di repliche e di tutto esaurito sanciscono il successo di una compagnia che dagli inizi amatoriali si è issata verso il professionismo uscendo fuori dai confini della Tuscia per un vero e proprio fenomeno regionale, se non nazionale. Una compagnia affiatata di una dozzina di elementi che producono uno spettacolo all’anno e, concluso questo ciclo, in primavera, si rimmergeranno in una nuova avventura da riproporre al fedele pubblico a inizio 2020.
Ambientata in un ristorante dove succede un po’ di tutto in tre quadri la commedia sa di agreste e strizza l’occhio all’attualità contaminando la cronaca. Perché i banditi della Tuscia non sono proprio degli sprovveduti se hanno gestito il traffico di droga nella capitale in combutta con alcuni personaggi di spicco della Banda della Magliana, compreso De Pedis. Tre attori principali guidano gli altri verso il sicuro successo: il professore (artefice del clamoroso colpo di scena finale che non sveliamo), il cuoco, il proprietario). Gli altri si inseriscono in una funzionale sinergia di gruppo con il ricorso frequente a un turpiloquio naturale e non volgare. La partecipazione allo spettacolo in una cornice inusuale conferisce il fascino esperienziale dell’assoluta novità per un pubblico non necessariamente aduso alla frequentazione dei teatri cittadini.
Puro e automatico divertimento senza pretese di complessità per un genere definito criminale. Si spara anche in scena con il limite di partecipazione di una sola attrice in un coro di maschi. Risate di pancia che però arrivano anche al cervello. Il finale imprevisto regala una bella scarica di adrenalina e chiarisce le capacità trasformiste di uno degli attori più bravi, non a caso definito il professore. Una ricca collezione di Dvd con gli spettacoli già in archivio è il biglietto da visita mediatico di una compagnia che si è fatta tanta strada, conquistando un pubblico non casuale.
data di pubblicazione: 31/3/2019
Il nostro voto:
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