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DIVAGAZIONI E DELIZIE di John Gay

DIVAGAZIONI E DELIZIE di John Gay

traduzione, regia e interpretazione di Daniele Pecci

(Teatro Il Parioli – Roma, 11 dicembre/22 dicembre 2024)

Un congruo e sapido antipasto natalizio attingendo all’humor, nel finale funerario, di Oscar Wilde, la cui brillantezza e ispirazione si spegne nel carcere di Reading, impossibilitato a tornare alla scrittura nell’esilio francese. Aforismi sulfurei e elegante rarefazione estetica in uno spettacolo di charme per palati finissimi.

I limiti spettacolari del reading vengono travalicati ed elisi se c’è in scena un interprete capace di tenere sulla corda il pubblico con una recitazione avvincente e con la forte stampella di testi all’altezza. Pecci si giova anche di un’interlocuzione non sempre retorica con il pubblico. Con cui dialoga e di cui si prende gioco. Affascinante gioco di seduzione teatrale per una prima ricca di colleghi che alla fine si liberano in un applauso sincero e persino condito da qualche gridolino. La scena è nuda. C’è un vecchio grammofono in azione, un fedele servitore (Alfonso) a disposizione per servirlo nella rituale e esagerata richiesta di inebriante arsenico. Il finale è tristanzuolo e senza colpi di scena. Si rinuncia alla frase ad effetto per uscire dalla storia ma non dal mito. Il teatro italiano oggi, anche per ovvi motivi di risparmio, è pieno di attori solisti. Alcuni falliscono, di fronte a un compito superiore alle proprie capacità, altri riescono. E Pecci tra questi per una evidente adesione allo spirito del personaggio. L’amore omosessuale è sdoganato con levità e naturalezza anche se allora destava scandalo in un processo boomerang visto che era stato attivato per primo da Wilde, ritenutosi diffamato. Wilde finisce in bancarotta e il suo sarcasmo alla fine attinge a note malinconiche. La fotografia sull’ultimo anno della sua vita (1899) è stringente e calamitosa, ricca di suggestioni.

data di pubblicazione:12/12/2024


Il nostro voto:

IL GIARDINO DEI CILIEGI di Anton Cechov traduzione di Fausto Malcovati

IL GIARDINO DEI CILIEGI di Anton Cechov traduzione di Fausto Malcovati

regia Leonardo Lidi, con Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Sara Gedeone, Christian La Rosa Angela Malfitano, Francesca Mazza, Orietta Notari, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna, scene e luci Nicolas Bovey, costumi Aurora Damanti, suono Franco Visioli. Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale, Festival dei due Mondi di Spoleto

(Teatro Vascello – Roma, 3/8 dicembre 2024)

Cechov in salsa pop per la conclusione seminale di un ininterrotto viaggio all’interno di uno dei padre del teatro contemporaneo. Nessun problema di gestione per un numero esuberante di attori. Che recitano sì ma cantano anche, ballano e performano in assolo o in sinergia con gli altri Si chiama libera interpretazione del testo anche se nei momenti più lirici il grande russo si riaffaccia perentoriamente.

Conta la disarmonia nei diversi atteggiamenti rispetto all’ipotesi di liquidazione di un giardino dei ciliegi che sta nel cuore ad alcuni protagonisti ma non a tutti. Le diverse sensibilità si confrontano in un testo che spesso si lancia in assoli metafisici con la metafora della partenza e della chiusura dei conti come addio alla vita. Ma la distopia piace ed è teatralmente efficace in uno spettacolo tutt’altro che piacione e che conclude un percorso coerente di immersione quasi psicanalitica della compagnia nei meandri interstiziali di Cechov. C’è chi lavora, chi è eterno studente, chi fa affari, chi spende la propria sensualità. La scenografia è eclettica ma il quadro che riassume il maggiore splendore è quando si abbassa una piattaforma e tutti gli attori si predispongono in costume da bagno a prendere il sole, immaginando di essere vicina a uno specchio d’acqua. E’ un teatro che rischia e si mette in gioco e alla fine, vista la risposta del pubblico, sembra decisamente vincere la sua personalissima scommessa. La positività è nelle donne, le delusioni vengono dagli uomini. Una risposta attualissima.

data di pubblicazione:8/12/2024


Il nostro voto:

MANDRAGOLA di Niccolò Machiavelli

MANDRAGOLA di Niccolò Machiavelli

adattamento e regia di Nicasio Anzelmo, con Domenico Pantano, Anna Lisa Amodio, Antonio Bandiera, Chiara Barbagallo, Laura Garofoli, Nicolò Giacalone, Matteo Munari, scene Giovanni Nardi, costumi Susanna Proietti, musiche originali Giovanni Zappalorto. Produzione CTM Centro Teatro Meridionale

(Teatro Arcobaleno – Roma, 29 novembre/15 dicembre 2024)

Echi di Controriforma ma anche di beffe boccaccesche nella speculazione drammaturgica di un Machiavelli che spesso ritroviamo in altri vesti. Feroce critica al mercato della Chiesa. Indulgenze si ma anche favori sessuali venduti e procacciati per miseri denari. Specchio di una società allo sbando.

Sotto un testo impegnativo un sottotesto ridanciano e a tratti spregiudicato. La figura del cornuto contento e un servo più furbo di tutti che riemerge dalla tragedia greca, In effetti Ligurio, di plautina memoria, riesce a tessere la trama in funzione di Callimaco. Sarà facile ingannare il marito tradito quando la coalizione dei tentatori è ottima e abbondante, forte di un prete e della madre della disinvolta sposa, desiderosa dell’approccio sessuale. Teatro sviluppato per allusioni e anche di manifeste verità. La struttura della trama è morbida e avvolgente. Come suadente la conclusione. Che sarà happy end per chi trama. Segno che il peccato e il male possono indubitabilmente trionfare. Verrebbe da dire se il diavolo (e le circostanze) ci mettono la coda e la loro parte. Un bell’impegno per gli attori perché la scansione del plot richiede ritmo e perderlo in un attimo equivarrebbe ad affossare quanto costruito con paziente tela dall’autore e dal riduttore. Quando suona l’allarme in teatro si fa presto a capire che non fa parte dello spettacolo. E bravi sono gli attori, dopo un breve attimo di perplessità, a riprendere il filo della commedia. Galeotta fu la Mandragola? Più che altro gli usi e i disinvolti costumi del tempo messi alla berlina da quello che oggi sarebbe definito un politologo ma che era anche un intransigente moralista.

data di pubblicazione:8/12/2024


Il nostro voto:

LAPPONIA di Marc Angelet e Cristina Clemente

LAPPONIA di Marc Angelet e Cristina Clemente

con Sergio Muniz, Miriam Mesturino, Cristina Chinaglia e Sebastiano Gavasso, versione italiana di Pino Tierno, regia di Fernando Ceriani. Produzione Centro Teatrale Artigiano e Torino Spettacoli

(Teatro Manzoni – Roma, 28 novembre/15 dicembre 2024)

Spettacolo collocato a Natale con ovvio riferimento alla saga di Sant Klaus. Ma il djbbio “esiste, non esiste” viene scavallato negli accadimenti di un quartetto di protagonisti. Match Italia-Finlandia con divagazioni lapponi che. E nel derby in famiglia vince l’Italia, il Paese della bugia contro il cliché della serietà nordica.

Il clima di festa è presto rovinato da due diversi concetti educativi. Contrapposizione frontale. I bambini (che non si vedono mai) devono essere educati con il culto della verità o della mistificazione? La contrapposizione di coppia sembra manichea ma poi i toni si sfumano e nessuno ha ragione o completamente torto. Così sberleffi e tensioni si accavallano in una scena vivace, a tratti dirompente. Ci rimarrà fino in fondo un dubbio irrisolto. Il finlandese sfoggiato dall’attore più giovane sarà autentico sarà perfettamente imitato? Non ci sono dubbi invece sull’italiano spagnoleggiante di Ruiz. Quartetto d’attori in empatica sinergia con la Mesturino che svela il mestiere di lungo corso.  Scenografia funzionale e pseudo natalizia che quasi ci fa sentire il profumo della neve, l’odore della legna e quasi ci fa scorgere, per assimilazione, l’aurora boreale con cui si chiudono cento minuti di funzionalissimo spettacolo. In fin dei conti il Natale è la cartina di tornasole per un’ispezione sui sentimenti e sul concetto di verità e la scena non banale di Lapponia ben rappresenta questo possibile deflagrante motivo di crisi. L’happy end è dietro l’angolo e si scioglie nell’abbraccio collettivo del quartetto, alla vigilia di un corale professionale trasferimento in Italia.

data di pubblicazione:6/12/2024


Il nostro voto:

V’ANGELO, il Vangelo secondo le donne

V’ANGELO, il Vangelo secondo le donne

uno spettacolo diretto da Simone Toni, con Ippolita Baldini, Federica Castellini, Francesca  Porrini. Produzione Teatro de Gli Incamminati

(Teatro De’ Servi – Roma, 26 novembre/1° dicembre 2024)

Irriverente rivisitazione in chiave femminile (ma non femminista) con rielaborazione dei personaggi ovviamente più vicini a Gesù, a partire da Maria, Maddalena e la samaritana. Borderline tra lo sberleffo e la blasfemia. La secolarizzazione fa si che passi tutto tra fragorose e scroscianti risate del pubblico. Saremmo in forte imbarazzo a gustarci il lazzo davanti a un religioso.

Fanno i salti mortali le tre affiatati attrici nella rilettura dei Vangeli che supponiamo rigorosa quando espongono giustappunto i passi dell’opera base.  Cento minuti di esibizione con congruo impegno fisico e necessario rispetto dei tempi di interazione dialogica.  La cornice è il mondo moderno, fatto di nevrosi, di convulse telefonate da adeguati smartphone. Teatro pieno fino all’ultima poltrona per l’ultima replica, segno che il passaparola all’insegna del gradimento ha funzionato. L’idea canzonatoria dei Monty Python è immersa in salsa romana. Ma c’è anche un uomo in scena che non è il Cristo invano evocato in una chiamata che mette l’accento sulla sua assenza. É un Ponzio Pilato provolone che, secondo tradizione, si lava le mani, salvo ricorrere al ballottaggio Gesù-Barabba. Scenografia essenziale con panchina LBGT, ideale contenitore per i regali dispensati a Maria in vista del lieto quanto imprevisto evento. Trama originale fatta di un affastellamento di spunti sviluppati in ordine cronologico fino al ben noto epilogo. Curioso l’impatto tra la commedia leggera, la profondità dei tempi trattati, i Vangeli e la Bibbia.  Dunque coefficiente di un cocktail ad alto rischio. Il mondo problematico di oggi si confronta con il dramma di ieri per cercare di produrre un messaggio di amore universale nel segno di Maria che non è solo puro strumento del mistero della fede.

data di pubblicazione:2/12/2024


Il nostro voto: