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SNOWFLAKE di Mike Bartlett, regia di Stefano Patti, con Marco Quaglia, Lucrezia Forni e Adalgisa Manfrida, produzione 369gradi

SNOWFLAKE di Mike Bartlett, regia di Stefano Patti, con Marco Quaglia, Lucrezia Forni e Adalgisa Manfrida, produzione 369gradi

(Teatro Belli – Roma, 11/15 dicembre 2021)

Racconto natalizio che ha per protagonista un padre in attesa del ritorno della figlia che non vede da tre anni. Una riflessione sullo scontro generazionale e sulla possibilità di superare le incomprensioni. Penultimo spettacolo in cartellone per Trend, la rassegna di drammaturgia contemporanea inglese curata da Rodolfo Di Gianmarco al teatro Belli.

 

Andy è impegnato nell’allestire gli addobbi natalizi per rendere il salone parrocchiale che ha preso in affitto il più accogliente possibile. Con perfezione quasi maniacale si accerta che tutto sia al suo posto. La paura di fare qualcosa di sbagliato lo tormenta. Sta aspettando il ritorno di Maya, la sua unica figlia che manca da tre anni. È andata via dopo un litigio lasciando solo un biglietto di addio. Natale è quando la famiglia si riunisce, ecco perché lo striscione che ha messo bene in vista recita welcome home, ben tornata a casa. Qualcuno ha avvisato Andy che Maya è in città. Perché abbia deciso di andarsene non è riuscito mai a spiegarselo. È ansioso, nervoso, sicuramente c’entra il fatto che la moglie morì di tumore quando Maya era solo un’adolescente. Il monologo di Marco Quaglia occupa tutta la prima parte della storia. Il suo modo di raccontare le difficoltà della vita con sarcasmo, autoironia e volto impassibile stempera il dramma e rende il personaggio simpatico al pubblico. È l’attore perfetto per incarnare lo humor inglese.

Improvvisamente entra Natalie, ospite inattesa in questo momento di affanno e agitazione. Andy spera di mandarla via presto, il tempo di un tè, ma la ragazza è curiosa, insistente e inizia a tempestarlo di domande. Nell’interpretazione di Lucrezia Forni il personaggio appare forte, sicuro di sé, deciso a studiare il carattere di Andy per capirne la personalità. Ma lui non ha voglia di confrontarsi, non ha tempo da dedicare a Natalie, perde la pazienza e va su tutte le furie. Proprio in quell’istante entra Maya, la dolce e fragile Adalgisa Manfrida. Andy prova un terribile imbarazzo. Esattamente questo suo modo di fare aveva allontanato la figlia anni prima. Lei è una ragazza troppo sensibile per poter accettare il confronto con un genitore che la frena, che la scoraggia, che la pungola con battutine e disapprovazione. Anche lui è fin troppo suscettibile ai rimproveri della figlia. Sono entrambi due fiocchi di neve, due Snowflake, parola che nello slang inglese indica una persona che si offende facilmente se contrastata con posizioni e opinioni diverse dalle sue. D’altronde un fiocco di neve non cade mai da solo.

Tornare per affrontare e superare il problema con il padre è un dovere per Maya. Non può più permettersi di scappare di fronte alle difficoltà che la vita le presenta. A rimetterci sono gli affetti che ha accanto, i suoi progetti, i suoi sogni. Questo è il momento giusto per affrontare il mostro che la spaventa.

Snowflake di Bartlett è un testo commovente, che insegna il valore dell’ascolto e l’importanza di saper spendere tempo per le persone che amiamo. Ottima e ben misurata la recitazione degli attori, merito anche della regia di Stefano Patti che ha saputo amalgamare i giovani talenti di Lucrezia Forni e Adalgisa Manfrida con quello ormai maturo di Marco Magli. Anche sul palco è fondamentale saper ascoltare chi ci lavora affianco.

data di pubblicazione:15/12/2021


Il nostro voto:

F U O R I di e con Nella Tirante, aiuto regia Gaia Benassi

F U O R I di e con Nella Tirante, aiuto regia Gaia Benassi

(Teatro Tordinona – Roma, 8/12 dicembre 2021)

Vincitore del Premio Tragos per la sezione teatro donna e secondo classificato come monologo al Premio Sipario 2021, F U O R I di Nella Tirante è ora in scena al teatro Tordinona, a pochi passi da piazza Navona. Un testo coraggioso, intimo ma anche pieno di ironia, scritto e interpretato da un’artista di eccellente bravura.

  

F U O R I è un testo pandemico. Non solo perché parla di pandemia – che in realtà funziona più come pretesto narrativo – ma perché affronta un problema che riguarda tutti: il confronto con il silenzio e i mostri che questo genera nella mente. Parte da qui il racconto di Nella Tirante e del suo personaggio, una donna confinata in casa a causa del lockdown. La musica smette quando abbassa le cuffie, è ancora in vestaglia da casa. Ci rimarrà a lungo perché alla prima pandemia ne succederanno altre. Sarà costretta a rimanere in casa, nella sua piccola stanza che è un pozzo di ricordi, ma anche un arsenale di attrezzi e costumi del suo lavoro. È un’artista, un’attrice e come tanti suoi colleghi è costretta a fermarsi. Che il teatro dovesse subire un brusco arresto con la pandemia nessuno se lo sarebbe aspettato. Nessuno era preparato. Né tantomeno lei e i personaggi rimasti senza interprete. Vagano le Giuliette, i Re Lear, i Mercuzio e gli Amleti in cerca di un Cotrone gentile che accolga il vagabondo carro di Tespi. Ma per ora solo silenzio. Un silenzio tuttavia utile, poiché in esso si nasconde la vita, perché da occasione per riflettere e prendere conoscenza e consapevolezza di sé. Succede a lei, succede a tutti. Succede a teatro, dove si sta in silenzio ad ascoltare e a pensare, tutti insieme, artisti e spettatori. Nel tempo che si sta qui seduti si perde il calcolo delle ore e dei giorni e il passato, con i suoi ricordi, riemerge e si fonda con un presente dilatato all’infinito, che scavalca perfino il limite imposto dalla morte.

F U O R I. È scritto proprio così, lettere cubitali spaziate tra un segno e l’altro. Il grido lanciato da Nella Tirante esprime il bisogno di uscire da una condizione di segregazione, di oppressione, di obbligo. Quella che vive in casa con un principe ranocchio – come chiama lei il suo compagno perennemente distratto dal lavoro – e con una figlia inappetente, annoiata, secchiona con cui è impossibile giocare. Ma anche quella che era costretta a vivere con il padre, un uomo fin troppo severo e prevenuto. È un grido che si genera dal profondo, che esprime rabbia e dolore. È un grido però che prende la forma dell’ironia quando viene lanciato, l’unica arma capace di far superare qualsiasi difficoltà, qualsiasi pandemia.

Nella Tirante è un’attrice luminosa, coraggiosa, creativa. Divora lo spazio che le sta intorno, riempiendolo di poesia e azione. Un’artista completa che da sola vale il numero di un’intera compagnia!

data di pubblicazione:11/12/2021


Il nostro voto:

LOVE AND UNDERSTANDING di Joe Penhall, lettura drammatizzata a cura di Mauro Lamanna, con Gianmarco Saurino, Mauro Lamanna e Martina Querini, progetto sonoro di Filippo Lilli, traduzione di Natalia Di Gianmarco, produzione Oscenica

LOVE AND UNDERSTANDING di Joe Penhall, lettura drammatizzata a cura di Mauro Lamanna, con Gianmarco Saurino, Mauro Lamanna e Martina Querini, progetto sonoro di Filippo Lilli, traduzione di Natalia Di Gianmarco, produzione Oscenica

(Teatro Belli – Roma, 4/6 dicembre 2021)

Rachel e Neal sono una coppia sull’orlo di una crisi. A far precipitare le cose ci pensa Richie, un loro vecchio amico, ospite di passaggio nel loro appartamento.

Neal è un giovane medico preso così tanto dal suo lavoro che per comunicare con Rachel, la sua compagna, usa post-it e messaggi in segreteria. La sua precisione quasi maniacale nelle cose e il suo atteggiamento ansioso finiscono per creare una monotonia nel rapporto, che lentamente si logora precipitando in una noia tremenda. Ogni cambiamento allora è visto come una possibile minaccia all’equilibrio della relazione, perfino sposarsi o avere dei figli. L’arrivo improvviso di Richie, un vecchio amico di Neal, dedito all’alcol e alle droghe, sempre in giro per il mondo senza una meta fissa né una relazione stabile, mette in subbuglio lo schema abitudinario della coppia. Neal si accorge che sta togliendo divertimento ai suoi trent’anni, mentre Rachel finalmente può manifestare a qualcuno il suo disagio e la sua frustrazione di amante trascurata. Per nutrire una coppia ci vuole Love and understanding dunque. Amore e comprensione. Ma la comprensione è anche complicità, intesa, come quella che si genera tra Rachel e Richie. Il classico triangolo amoroso sembra nascere quando Rachel cede alle provocazioni di Richie, ma dura poco. È il pretesto narrativo per detonare la bomba che già era stata preparata da tempo. In fondo a tenerli ancora insieme era il mutuo sulla casa che avevano comprato.

Seppure si tratti di una lettura del testo, Mauro Lamanna fa ricorso a diversi espedienti per rendere l’azione sul palco dinamica e piacevole. Il testo passa a essere letto da fogli su un leggio allo schermo di un cellulare o di un computer. L’abitudine ad avere sempre con noi questi dispositivi ci fa apparire la cosa come normale, consueta. Complice della buona riuscita del lavoro è senza dubbio anche la connessione e la professionalità di Mauro Lamanna con Gianmarco Saurino, già apprezzata nella scorsa edizione di Trend per la messa in scena online – causa pandemia – di Blue thunder di Padraic Walsh. A loro si unisce Martina Querini, che ricopre il ruolo di Rachel. A Filippo Lilli invece è affidata la parte sonora. L’architettura musicale costruita con la sua tastiera midi accompagna l’azione e sospende l’ambiente in una musicalità astratta, sensibile all’umore della scena. La continuità del suono – che avvolge nel suo intero la narrazione – cuce insieme le scene e aiuta a lasciare sospesa nello spettatore un’idea di finale che nel testo rimane aperta: Neal e Rachel torneranno insieme o la distanza tra i due rimarrà incolmabile?

data di pubblicazione: 8/12/2021


Il nostro voto:

SCENES WITH GIRLS di Miriam Battye, regia di Martina Glenda, con Chiarastella Sorrentino, Chiara Gambino e Giulia Chiaramonte, scene Sara Palmieri, produzione Khora srl

SCENES WITH GIRLS di Miriam Battye, regia di Martina Glenda, con Chiarastella Sorrentino, Chiara Gambino e Giulia Chiaramonte, scene Sara Palmieri, produzione Khora srl

(Teatro Belli – Roma, 29 novembre /1 dicembre 2021)

Spettacolo tutto al femminile, realizzato da una compagnia di giovani talenti. Lou e Tosh sono legate da una profonda amicizia che per loro è una forma di amore. Un testo contemporaneo, non convenzionale. Ulteriore conferma della proposta sempre attuale per Trend di Rodolfo Di Giammarco.

  

Lou e Tosh hanno un’amicizia così stretta e simbiotica che l’intervento dell’una va a vantaggio dell’altra e viceversa. Abitano nello stesso appartamento, uno scrigno ben arredato e confortevole che le tiene lontane dal mondo esterno. Il colore fucsia della moquette è dominante, riveste le pareti e il pavimento; l’ambiente è confortevole, rassicurante, ma anche allegro e frizzante. Le due amiche sono nell’età in cui è finalmente ora di lasciare la casa dei propri genitori, ma è ancora troppo presto per sposarsi e farsi una vita propria. Anzi, non vogliono neanche per scherzo sentir parlare di fidanzamento, matrimonio o figli. L’unico scopo dichiarato con forza e determinazione è proprio quello di deprogrammarsi dalla narrativa tipica, che vuole la donna oggetto passivo dell’amore di qualcun altro. Per questo una situazione abitativa, che dovrebbe essere socialmente provvisoria, diventa lo scopo ultimo della missione che Lou e Tosh si sono proposte di raggiungere.

Gli uomini sono visti come un pericolo che affossa la vitalità femminile, una minaccia alla volontà di essere autonome e realizzate. Per questo li trattano come oggetti per sfogare la sessualità, come fa Lou che parla di loro solo in riferimento all’organo genitale, o li allontanano totalmente, come fa la frigida Tosh. Imporsi di non provare sentimenti, non coinvolgersi emotivamente in nessuna storia è il loro patto. Vivere per sempre una fase post-ragazzo è quello che le renderà libere. Regalarsi dei fiori è il gesto che sugella la loro attenzione reciproca, la loro volontà di prendersi cura l’una all’altra. Poi però arriva Fran, ex-inquilina del loro appartamento, che ha scelto di legarsi a un uomo e quindi seguire un iter convenzionale. È la pietra di inciampo che crea scompiglio e fastidio, ma allo stesso modo provoca discussioni che mettono in crisi la determinazione di Lou e Tosh. L’equilibrio iniziale si interrompe. Tosh tradisce il patto e si allontana per poi ritornare e chiudere così la narrazione in un cerchio perfetto.

Buona la connessione sul palco fra le giovani attrici Chiarastella Sorrentino, Chiara Gambino e Giulia Chiaramonte. L’esperienza saprà modellare certamente i loro talenti in crescita e magari fornire gli strumenti per stemperare le emozioni, così da renderle più reali. Tuttavia sono fedeli ai personaggi che interpretano: estreme, passionali, a volte inspiegabilmente aggressive, ma in fondo dirette e brillanti, come quella tinta fucsia che domina la scena.

data di pubblicazione:02/12/2021


Il nostro voto:

A NUMBER di Caryl Churchill, progetto e regia di Luca Mazzone, con Giuseppe Pestillo e Massimo Rigo, traduzione di Monica Capuani, produzione Teatro Libero di Palermo

A NUMBER di Caryl Churchill, progetto e regia di Luca Mazzone, con Giuseppe Pestillo e Massimo Rigo, traduzione di Monica Capuani, produzione Teatro Libero di Palermo

(Teatro Belli – Roma, 5/7 novembre 2021)

Il quinto spettacolo presentato sul palcoscenico del Teatro Belli per la ventesima edizione di Trend – nuove frontiere della scena britannica – è A number di Caryl Churchill. Una storia che racconta la relazione di un padre e un figlio, del loro passato e della ricostruzione della loro identità.

 

In questa pièce scritta nel 2002 – periodo in cui si discutevano le implicazioni etiche e culturali della clonazione di esseri viventi – Caryl Churchill porta in palcoscenico il dramma, colto al limite della sua consumazione finale, della relazione di un padre e un figlio. Il ragazzo scopre di avere dei cloni che girano per la città e chiede spiegazioni al padre, che conferma, con risposte balbettate e confuse, di aver fatto replicare in laboratorio il figlio che perse la vita in un incidente stradale insieme alla madre. In realtà il primogenito è ancora vivo e si presenta dal padre reclamando la sua unicità. La verità è che la madre del ragazzo si è suicidata e il padre, preso da sconforto perché persona vulnerabile, non seppe crescere un figlio problematico e psicologicamente fragile. Da qui l’idea di abbandonarlo e sostituirlo con una copia da poter educare da zero senza errori. Per vendicarsi del padre il figlio numero 1, il primogenito, uccide prima il suo clone e quindi sé stesso, gettando il padre nella più totale disperazione. Dall’esperimento però vennero alla luce altri cloni e uno di questi, ormai realizzato con un buon lavoro e una famiglia, incontra il padre. Trovandosi uno di fronte all’altro si scoprono somiglianze incredibili, nei gesti come nel vestire. Tuttavia, le risposte che il figlio da alle domande del padre non soddisfano il desiderio di questo di conoscerlo meglio, più a fondo. Un altro fallimento che fa comprendere come i figli non seguono necessariamente la strada che abbiamo programmato per loro e come la vita, anche quando è replicata, in realtà si dirige verso un corso individuale e irripetibile.

In questa versione di A number il padre, a cui dà corpo e voce Massimo Rigo, non ha nome. Così anche i figli, interpretati tutti da Giuseppe Pestillo, che rimangono solo un’entità numerica – come dunque suggerisce il titolo –, un esperimento di laboratorio. La scelta di Luca Mazzone sembra quella di voler presentare una relazione che conservi i caratteri di archetipo, uno specchio nel quale sia possibile trovare il riflesso di qualcosa che abbiamo vissuto, come genitori o come figli. Concorre a questa lettura anche lo spazio scenico, che risulta essere asettico, anonimo, e quindi capace di poter ospitare qualsiasi probabile scenario. Delimitato solo da un pavimento bianco e da una sedia, è come trovarsi davanti a un ring durante un incontro di pugilato dove seduti all’angolo, sotto la scarica di tanti colpi, si trovano ora il padre e ora i figli. L’uno che rivendica come proprietà la gestione dei figli visti come prodotti e gli altri che cercano una verità che di diritto, una volta cresciuti, gli è dato conoscere. E se l’idea che è alla base del dramma – i risvolti della clonazione nella relazione padre/figlio – e lo spazio in cui questo è raccontato sembrano allontanare la vicenda collocandola in un mondo surreale, è proprio il linguaggio a riportarci lì dove il testo vuole che siamo ovvero alla matrice fondante della nostra esistenza, al rapporto che ci lega indissolubilmente a qualcuno che ci ha preceduto, alla nostra unicità di figli e di esseri viventi e alla nostra sacra e inviolabile individualità.

data di pubblicazione:07/11/2021


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