LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE di Joseph Roth

LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE di Joseph Roth

adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah, con Carlo Cecchi, Claudia Grassi e Giovanni Lucini

(Teatro India – Roma, 25 febbraio/2 marzo)

Carlo Cecchi veste i panni del santo bevitore nel racconto di Joseph Roth adattato per lui dalla regista e direttrice artistica del Franco Parenti di Milano, Andrée Ruth Shammah. La miracolosa ed enigmatica vicenda del clochard Andreas Kartak, migrato a Parigi dall’Europa dell’Est negli anni ’30, rivive in un racconto narrato in terza persona.

La grande tela su cui è proiettata una vecchia foto in bianco e nero di una strada alberata si apre come un sipario sulla scena disegnata da Gianmaurizio Fercioni, amico e collaboratore di tanti spettacoli della Shammah. Appare la sala di un bar abitata da solitudini al cui bancone è seduto un anziano bevitore. Attraverso la porta di ingresso al caffè e l’unica finestra si vedono proiettate all’esterno immagini della città di Parigi a contestualizzare un ambiente dall’atmosfera piovosa e retrò (le suggestioni visive sono di Luca Scarzella e Vinicio Bordin). All’interno, come in un quadro di Hopper dalle geometrie chiuse dello spazio, è incastonata la parabola effimera di un uomo.

Effimera, perché tutto in questo spettacolo sembra dire che il viaggio dell’umano verte verso il nulla. Si avverte come l’eco di un vecchio racconto chassidico che narra di un povero, vestito di stracci, il quale compare davanti a un re: ha forse bisogno di chiedere cosa desidera o la sua stessa presenza non parla già da sé? Ed è così che Carlo Cecchi ci presenta il personaggio di Andreas Kartak. Come un uomo bisognoso, che vive la sua misera vita sotto i ponti di Parigi. Un giorno incontra la fortuna per poi perderla e ritrovarla in altri incontri. Negli amori, nelle amicizie del passato in un gioco continuo di meschino e miracoloso.

Con la sua caratterizzante voce roca e con un certo ironico distacco dalla vicenda – che non è cinismo, ma consapevolezza del fatto che si può guardare la vita senza precipitare nella malinconia – Carlo Cecchi conduce lo spettatore all’interno di una storia comune eppure straordinaria. Illumina di volta in volta passi dello scritto con la sua perfezione di abile narratore. È un po’ Andreas e un po’ sé stesso. Ma è anche in parte la voce di Joseph Roth, l’autore di questa novella autobiografica, giornalista e romanziere, costretto dalle leggi raziali a fuggire dalla Germania nella capitale francese dove morirà per complicazioni dovute al troppo bere.

Completa la messa in scena una colonna sonora che cita canti yiddish, vecchie canzoni popolari francesi e soprattutto omaggia, usando gli stessi brani di Stravinskij, il film di Ermanno Olmi tratto dal racconto, che valse al regista il Leone d’Oro a Venezia nel 1988.

data di pubblicazione:04/03/2025


Il nostro voto:

UNA STORIA VERA FATTA DI BUGIE dal romanzo di Jennifer Clement

UNA STORIA VERA FATTA DI BUGIE dal romanzo di Jennifer Clement

regia di Yaser Mohamed, con Sabrina Biagioli, Iris Basilicata, Mathilde Serre e Yaser Mohamed

(Teatro di Villa Lazzaroni – Roma, 21/23 febbraio 2025)

Città del Messico, seconda metà dello scorso secolo. In casa degli O’Conner trova accoglienza e lavoro Leonora, una povera ragazza che arriva dalla provincia. Il divario sociale la renderà presto vittima di abuso e sopraffazione. Aura Olivia, la figlia più piccola dei signori, è la testimone innocente del mondo creato dalla scrittrice statunitense cresciuta in Messico Jennifer Clement. Ha debuttato lo spettacolo che porta il titolo del romanzo, firmato da Sabrina Biagioli e Iris Basilicata per Sabris Teatro e la regia di Yaser Mohamed.

Nella società raccontata dalla scrittrice Jennifer Clement il divario che separa il povero dal ricco è abissale. Siamo a Città del Messico e la famiglia O’Conner assume come bambinaia Leonora, una ragazza che viene dal contesto marginale della provincia. Educata a dire sempre di sì e mai a esternare quello che pensa, ha ricevuto un’educazione votata al servizio. Un sapere fatto di rituali che mischiano il sacro con il profano trasmessole direttamente dalla madre.

Per sopravvivere da piccola raccoglieva insieme ai fratelli dei ramoscelli per fabbricare scope. Ma adesso ha un buon lavoro e può mangiare carne più volte a settimana. In casa con lei vivono anche Sofia, la cuoca, e Josefa, la donna delle pulizie che non sa parlare. Leonora si prende cura di Aura, l’ultimogenita della casa attorno alla quale si muove un mondo che una bambina come lei non può ancora comprendere.

Prodotto letterario di incantevole originalità, il romanzo della Clement, uscito nel 2001 – la traduzione italiana è di Paola Brusasco (Instar Libri, 2003) – presenta uno stile di scrittura che fonde brani di prosa e versi poetici, in buona parte ispirati dalla salmodia biblica. Il racconto della vicenda di Leonora in casa degli O’Conner, narrata in terza persona, si alterna alla voce in prima persona di Aura che osserva la vita con gli occhi innocenti di una bambina. L’uso frequente poi delle virgolette basse per il discorso diretto ha favorito sicuramente la scrittura drammaturgica, che non fa mistero di riportare sulla scena brani interi tratti dal libro.

Se per un verso questa decisione ha reso omaggio all’autrice, presente eccezionalmente alla prima, dall’altro ha costretto la scrittura drammaturgica a moderare la libertà creativa e la regia a adeguarsi al racconto risolvendo con stacchi di buio e ripetizioni l’incedere delle scene. Soluzione che però rallenta il ritmo della storia. Dopotutto il tempo della lettura, che offre più spazio per dipanare l’intricato simbolismo di un testo così profondamente poetico come Una storia vera fatta di bugie, non batte la stessa misura di quello imposto da una visione e da un ascolto dalla platea.

Ciò non significa però che lo spettacolo non sia un buon prodotto dal punto di vista visivo e interpretativo. Entrambi gli aspetti hanno saputo cogliere l’essenza del romanzo. La scena di Francesca Fontana, essenziale negli elementi, mostra al centro un grande albero di pompelmo, custode silenzioso del giardino dove si consuma la vicenda. Sul fondale, invece, compare come sospesa in aria una casa di bambole a raffigurare il piccolo mondo raccontato. Come a dire che lo spazio di casa O’Conner è troppo piccolo per l’immensità delle esistenze che lo abitano.

data di pubblicazione:25/02/2025


Il nostro voto:

ANTONIO E CLEOPATRA di William Shakespeare, con Anna Della Rosa e Valter Malosti

ANTONIO E CLEOPATRA di William Shakespeare, con Anna Della Rosa e Valter Malosti

regia di Valter Malosti

(Teatro Quirino – Roma, 11/16 febbraio 2025)

Testo della maturità, Antonio e Cleopatra di William Shakespeare arriva dopo le grandi tragedie di Amleto, Macbeth, Re Lear. A un anno dal debutto lo spettacolo che vede in scena la coppia Malosti/Della Rosa è ora (non solo drammaturgicamente) a Roma.

Dopo un prologo che invita a prestare attenzione alla vicenda che si sta per svolgere con gli occhi dell’immaginazione, più che con lo sguardo fisico, il sipario si apre su una scena instabile, in cui manca la quieta armonia donata da un punto di fuga. Le venature del marmo delle alte pareti che la contengono aumentano l’effetto deformante di un luogo geograficamente non collocabile. Siamo nello spazio dei sogni, la cui percezione di rapimento è amplificata dal tappeto sonoro di suoni e voci di GUP Alcaro. E come il sogno si svolge in un unico piano sequenza, così qui i cinque atti della tragedia accadono tutti in un solo, lungo tempo. Si vaga nelle regioni metafisiche della mente umana in cui si fanno guerra passione e volontà.

Marco Antonio, interpretato dallo stesso Malosti, è richiamato a Roma per i suoi doveri di triumviro, costretto dal potere a spegnere l’euforia della passione che lo travolge per Cleopatra. Nel ruolo della regina d’Egitto la compagna – non solo artistica – del regista, Anna Della Rosa. Di contrasto allo statuario condottiero romano, pilastro del mondo, è una fiammella che arde nei costumi realizzati da Carlo Poggioli. Danza nell’aria e cavalca destrieri con la stessa agilità con cui cambia registro nella stessa frase. Veloce come Shakespeare nel mutare la scena da Alessandria a Roma, da Azio ad Atene e per tutto il Mediterraneo.

In un contesto in cui la storicizzazione dei fatti passa in secondo piano per dare spazio invece al potere evocativo della parola – che nella traduzione e adattamento curati dal regista insieme a Nadia Fusini acquista di valore poetico – i personaggi sono il luogo dell’azione. Figurano nel cast Massimo Verdastro, un ipnotizzante indovino in grado di realizzare con la voce l’incantesimo della parola e Danilo Nigrelli nel ruolo di Enobardo, a cui è affidato il compito di sciogliere la complicata vicenda, oltre ai giovani interpreti usciti dalla scuola dello Stabile di Torino.

È alquanto evidente che nella regia di Valter Malosti al classico scespiriano Antonio e Cleopatra ogni elemento scelto concorra a generare nello spettatore una perdita di equilibrio, un senso di ebbrezza. La vertigine che rimane addosso dopo aver sognato di volare, ma anche l’inquietudine di angosciose visioni. La certezza che senza l’illusione del sogno la realtà non è altro che un contenitore vuotato di senso.

data di pubblicazione:15/02/2025


Il nostro voto:

LA CERIMONIA DEL MASSAGGIO di Alan Bennett

LA CERIMONIA DEL MASSAGGIO di Alan Bennett

con Gianluca Ferrato, traduzione di Anna Marchesini e drammaturgia di Tobia Rossi, regia di Roberto Piana e Angelo Curci

(OFF/OFF theatre – Roma, 21/26 gennaio 2025)

È in scena all’OFF/OFF di via Giulia l’esilarante performance di Gianluca Ferrato nei panni di padre Geoffrey, protagonista de La cerimonia del massaggio. Sulla traduzione dell’indimenticabile Anna Marchesini – che portò in scena in più occasioni brani di Alan Bennett, compreso questo titolo – Tobia Rossi firma la trasposizione per la scena del romanzo breve di uno tra gli autori inglesi contemporanei più amati e ironicamente dissacranti. (ph. Neri Oddo)

Vivere la vita senza vergogna e senza paura. Non è un reato essere gay, neanche per un prete anglo-cattolico come padre Geoffrey. Perché si può esercitare il sacerdozio pur essendo omosessuali. L’importante è non darlo a vedere. Ma quando si tratta di celebrare la memoria del defunto Clive, un giovane e avvenente massaggiatore con la fama di essere un dio del sesso, non è facile trattenere l’emozione.

Alla cerimonia convengono tutti gli ammiratori e i clienti di Clive. Gente famosa e bizzarra, poco avvezza ai rituali religiosi. Scambiano l’acquasantiera per un posacenere e il programma della funzione per un dépliant pubblicitario. Padre Geoffrey osserva dall’altare questo pubblico di celebrità, più simile a una platea teatrale che a un’assemblea liturgica (dopotutto una funzione è come una recita). Un’umanità in fondo ordinaria nella sua stravaganza, nel perfetto stile di Bennett.

Gianluca Ferrato trascina lo spettatore nella mente di padre Geoffrey, dove può condividere pensieri e pettegolezzi del prete. Se all’esterno appare sobrio e morigerato, nel monologo tra sé e sé è ironico e dissacrante. Si affollano memorie e personaggi, commenti scanzonati e irriverenti di chi conosce alla perfezione la materia umana. E il riso sboccia nel contrasto tra il pudore comandato da un servizio e il ricordo delle prestazioni di un seducente massaggiatore.

Ingegnosa la scenografia. L’idea di posizionare al centro del palcoscenico un cilindro girevole – con funzione di pulpito, confessionale o sacrestia – dà movimento a una scena che si arricchisce nella regia di Piana e Curci anche di un ricco tappeto musicale. La voce di Freddy Mercury nei successi dei Queen evoca la scena gay anglosassone. Non mancano canti legati alla tradizione liturgica cattolica, dei quali si riscrivono spassosamente le strofe, adattandole alla narrazione. E un omaggio al teatro musicale di A. L. Webber – qui ricordato con un brano preso dal suo Requiem – autore di famosi musical, genere frequentato sulla scena da Ferrato.

Gli ingredienti ci sono tutti per uno spettacolo divertente e di qualità.

data do pubblicazione:25/01/2025


Il nostro voto:

SOTTO QUALE STELLA di Livia Amatucci

SOTTO QUALE STELLA di Livia Amatucci

con Livia Amatucci, Andrea Casanova Moroni, Sara Giacopello, Stefano Annunziato, Giorgia Brunori e Andrea Carpiceci

(Teatro Lo Spazio – Roma, 17 e 18 gennaio 2025)

Livia Amatucci porta in scena e dirige insieme a uno degli interpreti, Andrea Carpiceci, la vicenda di due coppie, in apparenza distanti, accomunate dal fatto di avere la stessa età anagrafica, il vivere nella stessa città, Roma, e la notizia di aspettare un bambino. 

 Stefano Annunziato e Sara Giacopello sono Paolo e Laura, una coppia cementata e felice. Laura è una donna in carriera, in attesa della risposta a un impiego che probabilmente la porterà molto lontano da Roma. Tuttavia, quando scoprono di aspettare un figlio la notizia viene accolta con entusiasmo e euforia. Dall’altra parte invece vivono Tommaso e Viola (sulla scena Andrea Carpiceci e Giorgia Brunori), che ricevono la stessa lieta notizia. Ma la loro è una coppia difficile, problematica. Tommaso è un disegnatore, al momento senza impiego. Trascorre il tempo tra i giochi della Play e le partite di calcio. Viola, più responsabile, si trova quindi da sola a gestire la gravidanza.

Da questo quadro di opposti prende avvio la vicenda narrata da Livia Amatucci. Il suo Sotto quale stella si è aggiudicato il secondo posto nell’edizione 2024 di Idee nello Spazio, il contest di corti teatrali ideato dal direttore del teatro Lo Spazio, Manuel Paruccini.

Il registro è quello della commedia, ma c’è un lato drammatico che viene fuori in entrambe le storie. Le situazioni si evolvono, si capovolgono portando le coppie a somigliarsi molto di più di quanto non fossero all’inizio. Vengono fuori gli egoismi e le frustrazioni. A farne le spese sono i due feti che, per funzionante soluzione drammaturgica (a teatro trova spazio l’impossibile), ritroviamo in scena interpretati dalla stessa Amatucci e da un bizzarro quanto eccezionale Andrea Casanova Moroni. Ancora nello stato larvale, subiscono gli scossoni e gli sconvolgimenti a cui li sottopongono i futuri genitori. Se per una suonano le note scanzonate di La La Land, per l’altro quelle tetre e oscure del Fantasma dell’opera. Ma il meccanismo teatrale non è ancora esaurito e c’è spazio ancora per lo sviluppo di personaggi e vicende. E un finale, ovviamente, sorprendente e inaspettato. Ottima prova di scrittura per Livia Amatucci.

data di pubblicazione:19/01/2025


Il nostro voto: