da Giovanni M. Ripoli | Mar 14, 2025
Seconda stagione della serie con al centro Dwight Manfredi, mafioso leale che si fa 25 anni di galera e per “ricompenza” viene spedito dai capi e sodali newyorkesi a Tulsa in Oklaoma, località che non ha mai sentito parlare di crimine organizzato prima del suo arrivo. Troverà modo di organizzarsi e rendere la sua presenza in loco sufficientemente avventurosa, piacevole e redditizia. Non senza provocare problemi con la casa madre ed altri trafficanti delle aree circostanti, a causa dei suoi successi, per così dire, imprenditoriali.
Non si può parlare di Tulsa King, senza aprire una necessaria digressione sul suo autore, Taylor Sheridan, lo sceneggiatore statunitense autore di molti dei grandi successi dello streaming mondiale, vedi la saga di Yellowstone, con i prequel, 1883, e 1923 ma anche Landman, Lioness. Mayor of Kingstown, per citare i più riusciti. In buona sostanza, tutto quello che tocca Sheridan si trasforma in oro, ossia in prodotti di grande appeal e risonanza. Le sue storie, però, fanno storcere il naso a molti: non possono infatti definirsi propriamente politicamente corrette. Al centro c’è in genere un bianco alfa, wasp o similare, capo carismatico di una enclave, incline alla violenza, forte, generoso, anti- sistema, vagamente trumpiano, dunque.
Tornando alla serie, va dato atto che la sua riuscita è nel binomio Sheridan, autore e Sylvester Stallone, attore e produttore esecutivo. Confesso di non essere mai stato un grande estimatore di Rambo e suoi succedanei, ma, nell’occasione, Stallone del ruolo di Dwight Manfredi è, come non mai, nel personaggio e rende la serie particolarmente calzante, avvincente sempre, comunque, sul filo dell’ironia. Lui è davvero il re di Tulsa, e ne diventa il catalizzatore di tutte le attività lecite e illecite del luogo coinvolgendo nella storia ottimi comprimari (soci fidanzate ed ex mogli) in molteplici storie che nella seconda stagione ancor meglio si delineano. L’idea di partenza, occorre dirlo, non è nuova del tutto. Nel 2010, la serie USA-Norvegia, Lilyhammer, con un grande Steven Van Zand nel ruolo di un pentito di Cosa Nostra finito in Norvegia, nella città dei giochi olimpici, per sfuggire a ex complici ne anticipava lo schema: personaggio losco, ignorantello e disinvolto alle prese con un popolo estremamente ligio alle regole. Per associazione di idee era un po’ come si comportava il nostro Checco Zallone in, Quo Vado. A Tulsa, mutatis mutandis, il buon Manfredi fa lo stesso: trasforma una piccola, operosa cittadina, con piccoli vizi (la marijuana) in un centro dedito ad ogni fruttuosa attività illecita. Carismatico, ingombrante, sornione, persino seduttivo e simpatico, Stallone fornisce la sua migliore interpretazione di sempre e fa di, Tulsa King una delle migliori serie tv del periodo.
data di pubblicazione:14/03/2025
da Giovanni M. Ripoli | Feb 27, 2025
Terza stagione della serie tratta dai fortunati romanzi di Lee Child. L’ex maggiore, Jack Reacher, solo Reacher per amici e nemici, è un ex militare dei servizi speciali, addestrato a pensare ed agire con assoluta determinazione. In questa occasione si trova coinvolto in un’operazione sotto copertura per scoprire chi c’è dietro un trafficante già di per sé pericoloso. Un ‘avventura che lo riporterà a rivivere i fantasmi di un passato inquieto.
Torna, dopo il successo dei primi due capitoli, il formidabile Reacher, campione di stazza e di ironia, in una nuova stagione all’insegna della forza dei suoi principi e dei suoi bicipiti.Nella prima stagione lo abbiamo visto muoversi in solitudine per tutti gli Stati Uniti, nella seconda era affiancato dalla sua vecchia squadra, ora viene riproposto nuovamente nella versione da eroe solitario, con tanto di T shirt e spazzolino , come sue uniche proprietà. Ovviamente, incontrerà nella sua peregrinazione nuovi personaggi, difenderà ragazzotti inermi e sposerà le cause più nobili, trovandosi sistematicamente nel posto sbagliato al momento sbagliato, forse ritrovando un antico nemico. A metà strada tra Schwarzenegger e Rambo, Alan Ritchson interpreta Reacher dall’alto del suo metro e novantotto, con occhi di ghiaccio, ma anche sufficiente ironia e carisma. Il personaggio si rivela dotato nei calcoli, nell’immediatezza delle situazioni, ma anche in materie umanistiche oltre che nelle arti marziali e belliche. La serie, decisamente Action, si compone di otto episodi, è basata sul romanzo di Lee Child La Vittima Designata e vede l’ex maggiore nell’impresa di salvare un informatore dell’Antidroga sotto copertura. Rispetto al romanzo da cui è tratto, l’adattamento è abbastanza fedele tranne per il particolare dell’eliminazione della madre del giovane salvato da Reacher, artificio che permette di enfatizzare maggiormente il rapporto e il conflitto generazionale fra il padre Zachary (apparente venditore di tappeti) e il ragazzo, cui il nostro eroe si affeziona dopo averlo salvato da un rapimento. Come sempre le location sono suggestive e realistiche, le avventure intense e coinvolgenti, i comprimari idonei nei rispettivi ruoli e la colonna sonora, ora country ora rock perfettamente calzante. Non guasta una certa attenzione ai risvolti psicologici di Reacher e compagni e compagne seppure è l’azione a farla da padrona, con effetti speciali che non fanno rimpiangere il primo adattamento cinematografico con Tom Cruise nel ruolo oggi di Ritchson. Al momento, non conosciamo né il finale né gli ulteriori sviluppi della vicenda, che comunque non riveleremmo, ma su Reacher III abbiamo la certezza di essere difronte ad un’ennesima ottima serie tv, ben fatta e ben diretta. I meriti vanno divisi fra Nick Santora, il creatore della serie, il vigoroso Alan Ritchson e naturalmente il romanziere Lee Child autore di ben 28 romanzi con Reacher protagonista.
data di pubblicazione:27/02/2025
da Giovanni M. Ripoli | Feb 11, 2025
Nello Utah del 1857 una donna con il figlio claudicante è in viaggio per raggiungere il marito a Crooked Springs. Nel corso di un cammino estremamente lungo e pericoloso si troverà coinvolta nel cruento massacro di Mountain Medows (evento storico), opera di un gruppo di Mormoni, ai danni di inermi coloni e di altre terribili avventure.
Dimenticate i western di una volta, quelli che avete visto con nonni o genitori, ora il genere si è trasformato in un diabolico mix di storia e truculento realismo. In particolare, American Primeval, pur romanzato in alcune situazioni, racconta di un territorio e dei drammatici eventi in cui furono coinvolti nativi americani, coloni in marcia verso la California, esercito degli Stati Uniti e squadre di Mormoni. Teatro degli scontri fu una porzione dello Utah che in barba a trattati firmati e stracciati con estrema disinvoltura, erano abitati da sempre da tribù di nativi. Su quei territori si era insediata una violenta comunità di Mormoni che ritenevano quelle aree la loro “terra promessa”. Peraltro la religione mormone con il suo razzismo e la discutibile pratica della poligamia “alla luce del sole”, non era ben accetta né dal novello stato americano né dai coloni. Tale coacervo non poteva che generare una serie di conflitti dove diventava quasi impossibile capire i torti e le ragioni dei partecipanti. La vicenda più sanguinosa fu il massacro di Mountain Medows ad opera di bande Mormoni, travestiti da indiani, e ispirato dal sedicente governatore della setta. Del massacro (furono barbaramente uccisi 120 coloni) non ci viene risparmiato niente e le scene magistralmente girate ne colgono appieno l’orrore. Nei sei episodi in cui si sviluppa la trama sono inseriti vuoi personaggi storici come il trapper Jim Bridger o Brigham Young, il controverso capo della comunità Mormone, vuoi altri non realmente esistiti. Lo spettacolo, ripeto, è per stomaci forti, ma nelle intenzioni di Mark L.Smith, l’ ideatore della serie, e del regista Peter Berg , era il realismo la cifra distintiva che si voleva imprimere al racconto. Quel mondo spietato e brutale viene reso con efficacia e paesaggi impervi e innevati e attori, tutti perfetti nei rispettivi ruoli, contribuiscono a rendere credibili e avvincenti gli accadimenti. Nella vicenda “fiction”, necessaria per alleggerire il realismo storico, i protagonisti sono, Sara e Isaac, magistralmente interpretati rispettivamente da Betty Gilpin e Taylor Kitsch, ma su tutti giganteggiano le prestazioni di Kim Coates (l’infido Brigham Young) e Shea Whigham nei panni del leggendario Jim Bridger. A detta degli esperti, dunque in estrema sintesi: storia con la S maiuscola la serie tra le più viste di Netflix.
data di pubblicazione:11/02/2025
da Giovanni M. Ripoli | Gen 28, 2025
In otto puntate la trasposizione televisiva tratta dal romanzo omonimo di Antonio Scurati. Un’occasione per rileggere, sia pure in versione romanzata, un pezzo della tragica vicenda della nascita del fascismo. Il protagonista è un Benito Mussolini magistralmente interpretato da Luca Marinelli.
A metà del guado, dopo quattro delle otto puntate previste, non è facile formulare un giudizio definitivo sulla serie. Naturalmente, per chi ha conoscenze storiche approfondite l’argomento non dovrebbe risultare divisivo, ma con l’aria che tira, ogni revisionismo come ogni interpretazione è possibile. Attenendoci alla sola disamina dell’impegnativa produzione Sky, scevra quindi da considerazioni ideologiche di sorta, non si possono che apprezzare nella serie alcune peculiarità. In primis, uno stile visivamente spettacolare che bene si sposa con la tragicità e il grottesco dei personaggi, sui quali spicca ovviamente un Mussolini, tronfio, cialtrone, opportunista, di cui il bravo Marinelli ne incarna la duplice natura, seduttiva e manipolatoria. La scelta del regista britannico Joe Wright (passato attraverso la fantascienza, l’horror, l’avventura, ma anche capolavori come L’Ora più buia o Cyrano) è coraggiosa e audace ma efficace, come quando, ad esempio, mostra il futuro duce che si rivolge direttamente alla camera. Qualcuno ha criticato la serie giudicandola una semplificazione del fascismo italiano e il Mussolini di Marinelli un po’ troppo “macchietta”. Ma proprio nella doppiezza del personaggio, nel metterne in mostra le contraddizioni da piccolo borghese, nella farsa che diventa tragedia, nelle oscenità e nella violenza ora privata, ora collettiva, si ritrovano alcuni dei tratti salienti dell’uomo di Predappio che il regista ha inteso evidenziare, senza fraintendimenti. La storia segue allora il filo dei tentennamenti, delle giravolte, delle continue contraddizioni, delle astuzie del piccolo giornalista che passa con disinvoltura dal socialismo alla reazione in pochi attimi. La scena ce lo mostra sulle prime ignorante ma ambizioso nelle braccia della sua amante storica Margherita Sarfatti (un ‘intensa Barbara Chichiarelli), autentica musa e ispiratrice del suo indottrinamento e della sua ascesa sociale Tra i meriti non trascurabili della serie vanno annoverate alcune straordinarie riprese, in stile quasi espressionista, come la rappresentazione delle imprese dannunziane, l’escalation della violenza fascista contro le case del popolo o gli inermi contadini, il tutto condito da una sontuosa colonna sonora che combina musica autoriale e pop. Così da offrirci una rappresentazione non rigorosa, forse, dal punto di vista storico, ma in grado di generare un intreccio accattivante e spettacolare agli occhi degli spettatori.
data di pubblicazione:28/01/2025
da Giovanni M. Ripoli | Gen 9, 2025
Masafer Yatta, agglomerato di venti villaggi al confine sud della Cisgiordania, viene sistematicamente e alternativamente distrutto dalle ruspe dei militari israeliani e/o dai coloni alla ricerca di nuovi insediamenti.
I quattro registi, fra mille difficoltà e a rischio della loro stessa vita, cercano di filmare la crudeltà e le atrocità verso una popolazione inerme che vive dagli inizi del ‘900 in quelle terre. In particolare, i filmati registrano gli espropri da parte dello stato di Israele che ritiene di aver diritto a quei luoghi per destinarli ad aree di addestramento militare. L’operazione ha come inevitabile conseguenza l’allontanamento dei nativi che vedono distrutti i propri luoghi della memoria. Basel Adra, uno dei registi, è nato in quel villaggio nel 1996 e ricorda ancora il primo arresto del padre che si opponeva a quegli espropri. Basel e colleghi si ripropongono attraverso lo struggente documento di testimoniare al mondo intero quanto va accadendo già prima dei fatti ancor più cruenti della striscia di Gaza. Lo stesso Yuval Abraham, giornalista liberal israeliano, spera attraverso i suoi scritti e la partecipazione al film di suscitare se non lo sdegno, almeno l’attenzione nella sua nazione. In un frammento del documentario si chiarisce che gli israeliani (auto con targhe verdi) possono muoversi liberamente ovunque, mentre agli abitanti di Masafer Yatta (targhe gialle) è negata tale possibilità e non possono neanche lasciare la Cisgiordania. Una vicina di Basel dirà: Non abbiamo un posto dove andare. Soffriamo così perché è la nostra terra! Il racconto in chiave documentaristica e, nei limiti, poco ideologico, analizza e descrive la sofferenza inflitta al popolo palestinese e l’apartheid, di fatto, cui sono sottoposti per volontà dell’attuale destra israeliana. Le riprese vanno dall’estate del 2019 all’ottobre del 2023, ma nel film sono presenti anche filmati, video, riprese da cellulari, precedentemente registrati. Impossibile restare equidistanti dopo aver visto le azioni repressive di militari, coloni e ruspe ai danni di una piccola pacifica comunità agricola. No Other Land, non so dove e quando si potrà vedere, ma si segnala in termini di preziosa testimonianza a fronte di una delle maggiori tragedie che stanno incendiando il Medio Oriente. No Other Land, ha vinto l’Audience Award alla Berlinale e il Panorama Documentary Award ed è stato votato Miglior documentario europeo agli EFA 2024.
data di pubblicazione:09/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
Pagina 1 di 2112345...1020...»Ultima »
Gli ultimi commenti…